Fuori commercio

Il Lavoro Femminile nell’Ottocento e nel Novecento: Le tabacchine

Coltivatrici, produttrici e venditrici

A cura di: Taricone Fiorenza

Formato: 21 x 29,7 cm

Legatura: Filorefe

Pagine: 128

Anno edizione:

ISBN: 9788849208450

EAN: 8849208456

UB. INT. : T307B T508b V35c V23h

Contenuto

Prima che le macchine meccanizzassero le fasi più importanti della lavorazione del tabacco, tutta la “filiera” era affidata alla manodopera e si trattava – per lo più se non addirittura esclusivamente – di mani femminili. Il lavoro manuale delle donne sul tabacco, iniziava con la colatura delle foglie, proseguiva con il prosciugamento e l’imbottamento e terminava con la confezione dei sigari: si calcola, circa 1000 sigari al giorno.
Questo lo sapevo – come lo sappiamo tutti – anche prima di visitare la mostra “Tra sogni e realtà. I Monopoli di Stato ieri ed oggi” – allestita nelle sale espositive del Complesso del Vittoriano a Roma, nell’autunno 2004 – ma quello che mi ha colpito vedendo alcune immagini d’epoca, è il ruolo fondamentale, quasi assoluto, esercitato dalle donne in questo settore produttivo. E nelle fotografie in bianco e nero, sfilano i volti e le mani di donne intente alla coltivazione,al raccolto, alla cernita, alla lavorazione del tabacco e, successivamente, alle macchine nelle neonate Manifatture Tabacchi, che oltre ad i Refettori per le lavoratrici prevedevano stanze dormitorio ed altri servizi per i loro bambini (baliatico).
Di fronte a quelle immagini mi sono chiesta quanta fatica ci fosse dietro e quali modelli di organizzazione del lavoro e “di conciliazione” – diremmo oggi – dentro quelle vite di donne. Storie sconosciute nelle individualità di ciascuna ed anche poco note e poco indagate come moltitudine e coralità femminile. Come troppo spesso accade, e non solo a quelle latitudini storiche. È evidente che, tra la fine dell’Ottocento ed il primo decennio del Novecento, la produzione industriale capitalistica aveva modificato la vita familiare e sociale avviando una minoranza femminile, in particolare del ceto medio e basso, all’occupazione ed al lavoro salariato; le condizioni di lavoro delle donne erano durissime e misere le retribuzioni, quasi totale l’assenza di norme di protezione sociale del lavoro femminile.
Le donne italiane lavoravano negli opifici tessili, nell’industria meccanica e nel commercio e nella coltivazione e produzione del tabacco; in particolare, le donne della piccola borghesia lavoravano come impiegate nelle amministrazioni pubbliche e negli uffici.
Le lavoratrici impiegate nel ciclo lavorativo del tabacco, dalla fine dell’Ottocento al Novecento, rappresentano – quindi – come poche altre categorie, alcune tipicità della forza lavoro femminile; in primo luogo, attestano quella particolare coesistenza di piccolo laboratorio e grande fabbrica che ha caratterizzato il decollo industriale italiano a partire dalla seconda metà dell’Ottocento con l’utilizzazione delle cosiddette “mezze forze”, quali donne e bambini; in secondo luogo, si tratta di una femminilizzazione elevata del ciclo di lavorazione del tabacco dalla coltivazione alla sua trasformazione in uno dei settori più rilevanti dell’industria agro-industriale; in terzo luogo, mette a confronto due modelli di produzione, quello contadino e quello operaio in cui alcune differenze sono nette come ad esempio la retribuzione che per le donne nel caso del lavoro agricolo è distribuita su tutti i componenti del nucleo familiare, nell’ottica dell’economia di sussistenza collettiva e giuridicamente attribuita al capo famiglia, mentre è individuale e nominale nel caso del lavoro di fabbrica.
Anche la “concezione sociale” della maternità, si modifica con le trasformazioni culturali e di costume: e se per la famiglia contadina i figli sono “braccia da lavoro”, e all’interno di una famiglia patriarcale la cura dei minori è assicurata; per la famiglia operaia, i figli sono “una bocca da sfamare” e da custodire. Il problema del baliatico e della cura dei minori sono – quindi – centrali e vengono risolti solo da quelle manifatture tabacchi che disponevano del baliatico.
Tendenzialmente, la scelta femminile diventa progressivamente sempre più netta: lasciare le campagne per una vita urbana, o sposare un operaio piuttosto che un contadino, o procurare per le figlie una vita che non somigliasse meccanicamente alla loro.
Ciò che non muta nel tempo è il carico del doppio lavoro, fuori e dentro le mura domestiche – e che non riguardava solo la cura dei figli, ma tutto il quotidiano con la sua programmazione, organizzazione pratica e gestione affettiva.
Il percorso storico-giuridico conferma alcuni dati: dallo sfruttamento indiscriminato della forza lavoro femminile e minorile, si passa alla denuncia e alle leggi di tutela (1902); mentre da parte femminile si è compiuta la fase di interiorizzazione consapevole del valore sociale della maternità: dalla scelta obbligata del lavoro come fonte di sussistenza e di salario integrativo a quello del capo famiglia si passa ad una percezione di indipendenza economica e di costruzione di un “sé lavorativo” che, se non è ancora compiuta emancipazione, è sperimentazione delle proprie capacità come dimostrano le sigaraie e desiderio di socialità anche al di fuori delle mura domestiche e che, talvolta, muta in consapevolezza politica. La tutela sancisce il passaggio da uno stato di minorità ad uno più ufficiale di lavoratrice, riconoscendone ufficialmente il valore. Neanche questo passaggio fondamentale significò – per il mondo femminile in generale – l’acquisizione definitiva e completa del diritto di cittadinanza sociale e politica, basti pensare soltanto al perdurare dell’esclusione delle donne dal voto. Il resto è storia.
Da parte nostra, il desiderio di contribuire alla conoscenza di un segmento del mondo del lavoro femminile, uno dei fili della trama – immensa – della storia delle donne e dell’ordito della “questione femminile”.

Dalla presentazione di Isabella Rauti
Consigliera nazionale di parità

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