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Autori: Familiari Pietro
Formato: 15 x 21 cm
Legatura: Filorefe
Pagine: 208
Anno edizione: 2026
ISBN: 9788849255324
EAN: 9788849255324
UB. INT. :
Contenuto
“Per lui, scrivere del brigante Marlino non è stato un esercizio di stile, ma l’estensione naturale di quel suo vizio magnifico di raccontare il mondo… La sua scrittura è il prolungamento di quella voce che oggi non sentiamo più, ma che riecheggia tra le righe di questo libro, chiedendoci di sederci e, ancora, stare ad ascoltare.
In questo ascolto, si può comprendere come Familiari si muova nel solco della letteratura calabrese che difficilmente si mostra connessa a veri e propri filoni letterari. Nel senso che si tratta di un romanzo scritto in fiera solitudine, ragion per cui il romanzo deve essere visto quale racconto a mano ferma, ma libera, di uno scrittore che in grande autonomia ha saputo tessere una trama caratterizzata dalla particolarità e dal realismo dei personaggi; figure inquadrate in un contesto storico che, proposto attraverso una letteratura così autonoma, appare profondamente diverso e originale rispetto alla versione ufficiale”.
Dall’Introduzione di Emanuela Stella
“Ferdinando Ambesà, detto “Don Ferdi” signoreggiava nel paese di Forio posto nel sud della Calabria.
Era nipote di prete, figlio di brigante e fu anche mio nonno. Lo zio prete, nato nel 1820, per molti anni amò le pecore e le donne; dal 1860 in poi amò pure la politica.
Fino al 1860, infatti, s’era dedicato alle greggi ereditate dal genitore e alle giovani parrocchiane che gli rassettavano l’abitazione e gli lavavano e rattoppavano la biancheria. Era un prete come tanti. Leggeva il breviario, celebrava la messa, benediceva i moribondi e battezzava i neonati. La sua vita, insomma, sarebbe trascorsa grigia come il limbo se nel 1860 in Calabria non fosse sbarcato Garibaldi.
I garibaldini passando da Forio lo incatenarono e lo costrinsero a seguirli fino alla città. Qui lo rinchiusero in una cella della fortezza dove stette due mesi dormendo male e mangiando malissimo. Non dimenticò e non perdonò più”.
L’incipit del romanzo
PIETRO FAMILIARI nacque a Melito Porto Salvo, un paese di contadini e pescatori di diecimila abitanti sull’estrema punta Sud della Calabria, nel 1910. Iscrittosi da poco alla facoltà di medicina, il padre si ammalò di cancro ed egli lo assistette per anni trascurando gli studi. Recuperò nella sessione di ottobre del sesto anno, in cui sostenne diciotto esami e la tesi di laurea. Con la laurea iniziò la sua vita di medico, che si svolse dapprima, per un lungo periodo, fra le popolazioni dell’Africa Orientale (dal ’36 al ’51), poi a Melito Porto Salvo, dove morì nel Febbraio 1969. La sua partecipazione all’esperienza africana fu totale. Sottotenente medico di leva nel ’36, direttore del lebbrosario di Abeba nel ’39, dal ’41 in poi si dedicò, sotto l’occupazione etiopica e sotto quella inglese, alla cura e all’assistenza dei profughi. La sua attività di elaborazione culturale consistette nella preparazione di un ampio libro di esperienze («Il medico in Africa»), che non vide la luce, e in studi di carattere scientifico, legati direttamente ai problemi delle malattie da cui erano afflitte le popolazioni alle quali prestava le sue cure. Anche le note di cronaca, scritte in forma di aneddoti per una rivista sanitaria (e che mandarono in bestia tanti medici) sono legate alla forma in cui si svolge l’assistenza medica mutualistica nei piccoli paesi del Mezzogiorno e hanno al centro il rapporto (o meglio il conflitto) tra il burocratismo ottuso degli enti assistenziali, combinato con il parassitismo di medici e farmacisti, da una parte, e le angustie, le necessarie furberie, le beffe liberatorie nei confronti dello Stato, della sottostante comunità contadina dall’altra. Pietro Familiari è chiaramente da questa parte. L’intellettuale meridionale è conosciuto come un mediatore della cultura italiana e, in senso inverso, del controllo e del consenso delle popolazioni verso lo Stato; un italiano di adozione che vive e prospera sul Mezzogiorno e sulla sua soggezione.
Pietro Familiari appartiene a un altro tipo di intellettuale, non raro nei paesi rurali, soprattutto tra i medici dei paesi rurali del Mezzogiorno, che, almeno prima delle mutue, trascorrevano la loro vita più nelle case della povera gente, al capezzale degli ammalati, che nei loro ambulatori assai spesso spogli. II fatto di dividere le malattie e le soggezioni quotidiane della comunità – e anche il modo di gioire e di amare – li poneva progressivamente in conflitto con la cultura acquisita e li portava al recupero, e assai spesso alla mitizzazione, di modi culturali memorizzati dalla comunità. Si tratta di un tipo di intellettuale che la cultura italiana ha potuto ignorare, confondendosi la loro posizione con la debolezza politica delle popolazioni meridionali, che non hanno ancora trovato il loro principio d’identità. Le tirate contro la cultura dei night-club e della psicanalisi, che si rinvengono nel libro, non sono espressione di nostalgie borboniche, come tale cultura potrebbe facilmente cercare di fare apparire, ma prime forme di opposizione, ancora confuse e, insieme, memoria di un senso comunitario, che è partecipazione piuttosto che anonimo rispetto formale degli individui.
Francesco Tassone
EMANUELA STELLA, addetta stampa teatrale e operatrice culturale, collabora con testate giornalistiche di settore. Curatrice di eventi, si dedica in particolare alla valorizzazione e divulgazione della produzione letteraria degli scrittori calabresi. Ha collaborato alla fondazione e alla operatività della Biblioteca “Nuccio Ordine” di San Mango d’Aquino, che accoglie oggi nei suoi scaffali un importante patrimonio culturale della regione Calabria.
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