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La Smorfia
Il libro dei numeri e dei sogni
Formato: 15 x 24 cm
Legatura: Filorefe
Pagine: 416
Anno edizione: 2026
ISBN: 9788849256482
EAN: 9788849256482
UB. INT. :
Contenuto
Sin dalle origini la Smorfia viene usata per interpretare i sogni e i fatti della vita, trasformandoli in numeri da giocare al Lotto; non si tratta di un semplice elenco, ma di un testo ricco di figure e significati a volte difficili da comprendere perché un’immagine può
significare anche il contrario di ciò che sembra. La sua peculiarità principale è il ricco linguaggio simbolico: ogni numero rappresenta una visione o un concetto preciso, spesso legato alla vita di tutti i giorni, all’ironia o alla superstizione. Ad esempio, il numero 48 corrisponde
al “morto che parla”, il 33 agli “anni di Cristo” e il 90 alla “paura”. La Smorfia napoletana deve il suo nome a Morfeo (Morpheús), il dio greco del sonno e dei sogni, poiché nasce per tradurre i sogni in numeri da giocare; anche se assomiglia alla cabala ebraica, la versione napoletana è molto più ironica e fantasiosa.
Tuttavia, a Napoli questo gioco è una cosa serissima e si aggiorna continuamente con i fatti della cronaca recente per trovare numeri in ogni occasione della vita quotidiana; qui il Lotto è una tradizione profonda che affonda le sue radici nella cultura e nelle credenze popolari,
come dimostra anche l’aneddoto legato alla nascita della tombola e della smorfia. La vicenda storica e il racconto popolare si intrecciano intorno al 1734, sotto il regno di Carlo III di Borbone. Il re voleva ufficializzare il Gioco del Lotto nel Regno di Napoli ma trovò opposizioni. Venne raggiunto un compromesso: il gioco del Lotto sarebbe stato sospeso durante le festività natalizie, per non distrarre i fedeli dalla devozione del Natale. Il popolo napoletano, non volendo rinunciare al gioco, trovò un modo ingenuo e geniale per eludere il divieto. Portò il gioco nelle case private, racchiudendo 90 numeri di legno in panarielli di paglia; per evitare di essere scoperti e segnalati dalle forze dell’ordine o dalle guardie reali, chi “chiamava” i numeri estratti dal panariello non pronunciava mai la cifra, ma assegnava a ciascun numero un determinato significato. In questo modo chi stava giocando capiva immediatamente a quale numero corrispondeva l’oggetto o la figura menzionata. Una guardia di passaggio che ascoltava dall’esterno della casa o per strada avrebbe sentito soltanto una conversazione innocua su fatti di vita quotidiana (es. “ha bussato ‘o pazzo” per il 22, “‘a paura” per il 90, ecc.).
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